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Finché morte non ci separi 2, la recensione
Quando nel 2019 arrivava in sala Finché morte non ci separi (Ready or Not, in originale), diretto dal duo Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, pochi avrebbero scommesso su un impatto così forte. E invece quel piccolo horror a tinte splatter, costato circa 6 milioni di dollari, ne incassò oltre 57 nel mondo, diventando rapidamente un cult. Un successo non solo economico, ma anche culturale: il film riusciva a rinfrescare il sottogenere del survival movie contaminandolo con satira sociale e humor nerissimo, costruendo attorno alla figura della sposa Grace – interpretata da una magnetica Samara Weaving – una vera e propria icona contemporanea del cinema horror.
Da allora, i due registi hanno consolidato la loro posizione nel panorama di genere, passando per operazioni come Scream V e VI, Abigail e contribuendo a ridefinire il linguaggio pop dell’horror mainstream. Un sequel, a quel punto, era inevitabile. Non necessario – perché il primo film funzionava perfettamente come opera autonoma – ma inevitabile. E la vera sorpresa è che Finché morte non ci separi 2 (Ready or Not: Here I Come) non solo replica funzionalmente la formula, ma riesce anche ad ampliarla con intelligenza.
Finché morte non ci separi 2: Sarah Michelle Gellar e Kathryn Newton raccontano il lato oscuro (e divertente) del sequel
In uscita il 9 aprile distribuito da Searchlight Pictures per The Walt Disney Company, Finché morte non ci separi 2 riporta sul grande schermo l’irriverente mix di horror, azione e dark comedy che aveva reso il primo capitolo un piccolo cult. Alla regia tornano Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, il duo conosciuto come Radio Silence, mentre la protagonista è ancora una volta Samara Weaving; ma in questo sequel, tra le new entry, spiccano due volti noti al pubblico del cinema horror: Kathryn Newton e Sarah Michelle Gellar.
Abbiamo incontrato le due attrici a Roma, dove hanno presentato il film alla stampa nella cornice del Cinema Barberini, per sfilare poi sul tappeto rosso di Casina Valadier, nel cuore di Villa Borghese. Due ospiti entusiaste che hanno offerto molte riflessioni sul genere horror.
Lisa Frankenstein, la recensione
La disponibilità all’adattamento e le possibilità di decostruzione a cui si è prestato il romanzo di Mary Shelley Frankenstein hanno fatto di questo capolavoro della letteratura un evergreen capace di alimentare l’immaginazione di ieri così come di oggi rinnovandosi e adattandosi alle nuove generazioni. Se già nel 1957 Herbert L. Strock immaginava una versione adolescenziale del mostro creato da Mary Shelley in La strage di Frankenstein (I Was a Teenage Frankenstein) e nel 1974 il grande Mel Brooks dava un bizzarro e ironico sequel alla vicenda classica puntato con Frankenstein Junior a un pubblico più ampio, di famiglie, nel 1987 Fred Dekker andava in direzione “avventura per ragazzi” inserendo nel cult Scuola di mostri una creatura di Frankenstein amica dei “neo-Goonies” ammazzamostri. È già nel 1990 che si comincia a riflettere su varianti più “audaci” del mito di Frankenstein con il super-weirdo Frankehooker di Frank Henenlotter, con il quale ha mostrato molte similitudini il recente Povere Creature! di Yorgos Lanthimos, ma in direzione più spudoratamente femminista. Ed è proprio seguendo questo trend “expecially for girls” che nasce (muore e resuscita) Lisa Frankenstein, l’esordio alla regia di un lungometraggio della figlia d’arte Zelda Williams, figlia minore del compianto Robin Williams.
Freaky, la recensione
E chi avrebbe mai potuto pensare che un nuovo slancio per l’horror arrivasse dalle commedie cult del passato? Di certo il genere sanguinolento per eccellenza non è nuovo alla contaminazione con le dinamiche brillanti e la risata, si pensi, rimanendo in tempi relativamente vicini a noi, al grande successo di Shaun of the Dead – L’alba dei morti dementi e Benvenuti a Zombieland, se non addirittura a Scream, che è stato capace di risollevare un intero genere creando un nuovo brand di successo, ma quello che sta accadendo in quel di Blumhouse non ha precedenti.
The Society: la critica o il mistery?
Il 10 maggio è uscita su Netflix una nuova serie classificabile nella categoria dei teen-drama: The Society. Ispirandosi al classico Il Signore delle mosche di William Golding e forse in un certo senso alla fiaba tedesca de Il pifferaio di Heimelin, questa serie punta sicuramente ad una costruzione narrativa ambiziosa.
Ci vengono presentati un gruppo di studenti pronti alla fine dell’anno scolastico, eccitati per l’ultima gita che potranno fare tutti insieme. Quelle che si potrebbero identificare come le principali protagoniste sono Cassandra, interpretata da Rachel Keller (Legion), e sua sorella minore Allie, interpretata da Kathryn Newton (Lady Bird, Ben is Back). Le due sorelle insieme a tutti i compagni, partono per la gita, ma dopo un breve viaggio interrotto da una strada chiusa vengono riportati nella loro cittadina che – e questo è il punto di tutta la storia – è completamente deserta.










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