Beautiful Boy, la recensione

Qual è la differenza tra cinema e pubblicità? È una domanda spinosa perché prevede una risposta banalissima: la pubblicità mette al centro un prodotto, un servizio, un’idea per creare attenzione e possibilmente guadagno intorno ad esso, il cinema si occupa invece di raccontare storie che possano incontrare o formare il gusto del pubblico con l’obiettivo nemmeno troppo velato di sbancare al botteghino.

C’è un vago sentore di tautologia, però. Forse è per questo che il fondatore della Paramount, Alfred Zukor, poteva già dire nel secolo scorso che al cinema si fabbricano “dei sogni, dei sogni in serie, dei sogni divertenti che costano poco. (…) Si può trarre da ciò un profitto fantastico”. A fronte di una differenza intuitiva, infatti, sono più i punti di contatto che le differenze tra le due forme di comunicazione, con un’intersezione pressoché totale riguardo allo storytelling.

Rendere quest’ultimo di volta in volta cinema o pubblicità indica sempre più spesso la stessa cosa, basti pensare ad esempio allo spot di Kenzo girato da Spike Jonze (Essere John Malkovic, Her) o a tutto il branded entertainment di cui il mercato audiovisivo è pieno zeppo. Beautiful Boy è cinema o un’operazione pubblicitaria? Verrebbe da scegliere immediatamente la prima opzione, ma qualcosa spinge nell’altra direzione.

beautiful boy

Le due ore che si trascorrono in compagnia del film di Felix Van Groeningen rispondono alle esigenze di un prodotto cinematografico, in cui a farla da padrone è ancora una volta la narrazione del tunnel della droga. A farne le spese questa volta sono Steve Carrell e Timothée Chalamet, rispettivamente padre e figlio, incapaci di trovare una soluzione al dramma che pesa sulle loro vite. Una strada lastricata di fallimenti misti a miglioramenti illusori che finisce per tirare dentro chiunque venga a contatto con il loro malessere.

È una narrazione molto lineare, che affronta la questione dal punto di vista di entrambi i protagonisti, senza togliere e aggiungere nulla a chiunque abbia avuto modo di conoscere Trainspotting o Requiem for a Dream. Pur riconoscendo un dolore esistenziale, di cui la droga è soltanto l’ultima e tremenda manifestazione, si intravede un’accettazione della sconfitta in cui è concreta la possibilità che nonostante tutto l’impegno e l’amore semplicemente non si possa andare sempre avanti lasciando il peggio alle spalle.

Da questo momento in poi scaturisce il preambolo di questa recensione. Come in uno spot pubblicitario per la comunicazione sociale, dal nero appaiono dei cartelli riguardante la vera storia raccontata e delle considerazioni sulla droga come piaga sociale. Un déjà-vu disturbante e il dubbio avanza: è stato cinema o pubblicità? Probabilmente entrambe, forse si tratta di una campagna istituzionale o dell’ultima fastidiosa interruzione prima della fine.

Tranquillamente iniziano a scorrere i titoli di coda, è davvero finito. La risposta, allora, è tutt’altro che scontata.

Andrea De Vinco

PRO CONTRO
  • Un ottimo Steve Carrell.
  • Una storia lineare per un tema che non lo è.
  • L’alternanza dei punti di vista.
 
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