Bentornato Presidente, la recensione

Nel 2013 esplodeva nelle sale italiane un successo inaspettato: Benvenuto Presidente, una commedia pungente e sopra le righe diretta da Riccardo Milani ed interpretata da Claudio Bisio e Kasia Smutniak. A distanza di sei anni, in un periodo storico in cui anche il nostro cinema inizia a scoprire le dinamiche commerciali (basta pensare al quantitativo di remake realizzati), la commedia italiana pensa bene di realizzare un sequel a quell’inatteso film sbanca botteghini. Con la regia migrata dalle mani di Milani a quelle dei giovani Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi e con Claudio Bisio pronto a vestire nuovamente i panni di Peppino Garibaldi, esce oggi nelle sale italiane Bentornato Presidente, una commedia satirica determinata a sbeffeggiare l’attuale condizione della politica italiana.

Dopo esser stato erroneamente eletto al Quirinale come Presidente della Repubblica, Peppino Garibaldi (Bisio) si è ritirato a vita privata nella sua idilliaca baita tra i monti. Con lui vive anche sua moglie Janis (che non ha più il volto della Smutniak ma quello di Sarah Felberbaum) e la loro piccola bambina, Guevara (Roberta Volponi). Ma la vita tranquilla di montagna non fa per Janis che ogni giorno si sente soffocata da quella semplicità quotidiana e dalle attenzioni di suo marito, amorevole ma non più determinato a cambiare l’Italia. Una mattina come tante, Janis riceve una visita a sorpresa dagli “agenti” del Quirinale (Ivano Marescotti e Pietro Sermonti) che le chiedono di tornare a Roma per affiancare il Presidente della Repubblica durante la formazione del nuovo governo, soggiogato da un’ambigua alleanza fra partiti che lascia presagire il peggio per il Paese. Janis non ha dubbi e, portando con se la piccola Guevara, abbandona quella tranquillità per tornare ad esser parte attiva dei tanti intrighi politici che avvengono nel Quirinale. Disperato e disposto a tutto pur di riavere sua moglie e sua figlia, Peppino torna a Roma e in breve tempo capisce che l’unico modo per riottenere l’attenzione di Janis è lasciarsi riassorbire dalla scena politica facendosi eleggere come Presidente del Consiglio.

Lo scorso Natale, grazie a Netflix, abbiamo salutato quello che probabilmente è il più brutto cinepanettone di sempre, Natale a 5 stelle, una commedia loffia e pessima nel voler scimmiottare una precisa situazione politica del nostro Paese. Con l’infelice scelta di far interpretare a Massimo Ghini (in maniera non dichiarata) l’attuale Premier Giuseppe Conte e con tutti quei continui riferimenti a Luigi Di Maio e Matteo Salvini, Natale a 5 stelle si presentava con un istant-movie, ossia una pellicola destinata a soccombere al peso del tempo. Pessima cosa per il cinema.

Ma a quanto pare questa volontà di confondere il cinema con quei siparietti satirici di varietà, tipici della compagnia il Bagaglino di Pier Francesco Pingitore e Mario Castellacci, continua a piacere a certi produttori italiani che pensano solo a “gonfiare” il portafoglio senza preoccuparsi minimamente del reale valore culturale di quella merda che producono per poi dare in pasto agli italiani.

Se il film di Riccardo Milani, nella sua indiscussa mediocrità, si presentava come un’innocente commedia interessata ad ironizzare sulla condizione politica (generale) del nostro Paese e sulla figura indistinta del “politico italiano”, in questo sequel le mire si estremizzano e la volontà di Fabio Bonifacci, che firma la sceneggiatura, è chiaramente quella di fare una satira graffiate pronta a prendere di mira persone e personaggi senza poter nascondersi troppo dietro quella canonica dicitura “riferimenti a fatti e personaggi reali sono da ritenersi puramente casuali”.

Osservare la realtà per poter cogliere il lato goliardico delle cose, deridere e sbeffeggiare il quotidiano, è sicuramente questo il compito della satira. E ben venga quando questa è fatta bene. Proprio il nostro cinema, in fin dei conti, ha prodotto in passato alcuni esempi di satira feroce e senza tempo divenuti oggi autentici capolavori della nostra cinematografia. Pensiamo a quanto fatto da Paolo Villaggio e Luciano Salce con Fantozzi, ma guardiamo anche più vicino a noi e pensiamo ai felici esempi di satira come quella di Antonio Albanese in Qualunquemente o a quella di Maccio Capatonda nelle sue due incursioni cinematografiche. Esempi di commedie satiriche pungenti, intelligenti e capaci di sopravvivere nel tempo senza la minima difficoltà per la loro squisita idea di deridere l’Italia e non l’Italia di oggi.

Quella di Bentornato Presidente, invece, è satira pensata al tavolino del bar. Niente di diverso da quelle sterili imitazioni che possono funzionare come intermezzo comico in un programma televisivo, tipo gli sketch di Crozza o Guzzanti per intenderci, ma da un prodotto cinematografico è giusto pretendere di più.

Le avventure di Peppino Garibaldi, uomo semplice e dal cuore d’oro, si trasformano in una sfilata di maschere e caricature con imitazioni tout-court di noti personaggi della politica italiana di oggi. Il film di Fontana e Stasi, infatti, ci parla senza mezzi termini di quello che tutti gli italiani hanno vissuto l’estate scorsa: la difficile formazione del nuovo governo a causa dell’unione di due forze politiche differenti, con piani politici differenti e con l’ulteriore difficoltà di dover individuare un elemento “neutro” idoneo a ricevere la carica di Presidente del Consiglio. Se Claudio Bisio, dunque, veste i  panni di un ideale Giuseppe Conte (un perfetto burattino nelle mani dei due “veri” Premier), troviamo Paolo Calabresi che interpreta Matteo Salvini (ribattezzato Teodoro Guerriero, leader del movimento “Precedenza Italia”) nella sua forma più becera e caricaturale così come Guglielmo Poggi è evidentemente l’alter-ego di Luigi Di Maio (qui Danilo Stella, leader del movimento “Movimento Cadidi”).

Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi (Metti la nonna in freezer) si sono formati proprio con la satira grazie a pillole web divenute virali (Inception_Berlusconi) o collaborazioni in programmi satirici come Un Due Tre Stella di Sabina Guzzanti. Due nomi di ferro, dunque, per ciò che concerne il linguaggio satirico. Ma fare satira al cinema non è come farla sul web, o in brevi sketch televisivi. Ed è proprio qui che risiede il problema di ogni cosa. Bentornato Presidente ha il fiato cortissimo, si perde dietro gag elementari così come in discutibili sviluppi narrativi. Il parlare, poi, in modo così spregiudicato della nostra condizione politica di oggi, che per forza di cose non sarà anche quella di domani, ne fa un film destinato ad invecchiare alla velocità della luce. Anzi tra diversi anni Bentornato Presidente potrebbe essere anche un film di difficile comprensione dal momento che si parla di questa strana condizione di governo in modo molto facile, dando per scontato che tutti sappiano tutto vista l’attualità della tematica. Ma tra dieci o vent’anni?

Trattandosi del sequel di una commedia molto “canonica”, a colpire in modo particolare è proprio la regia di Fontana e Stasi. I due giovani registi, infatti, entrano di peso nella narrazione imponendo tutto il loro stile di regia moderno fatto di continue inquadrature strane, zoomate sregolate, jump cut frenetici, movimenti di camera iperbolici e fantasiose trovate nella messa in scena. Una regia a metà strada fra Guy Ritchie e Edgar Wright, estremamente pop nella scelta musicale e sicuramente destabilizzante per un film come questo. Ma questa esasperata modernità nella messa in scena, che in alcuni momenti sfugge di mano correndo il rischio di “ubriacare” lo spettatore, è l’elemento che maggiormente si lascia apprezzare poiché riesce a conferire un briciolo di personalità ad un film che, altrimenti, sarebbe stato totalmente piatto.

Cos’altro resta, a fine visione, oltre alla ludica regia di Fontana e Stasi? L’interpretazione di Antonio Petrocelli che, chiamato ad interpretare il Presidente della Repubblica, aderisce a Sergio Mattarella in modo spaventoso.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi hanno stile e realizzano il sequel del film di Milani girandolo come lo avrebbe girato Edgar Wright.

L’interpretazione di Antonio Petrocelli.

Una satira elementare che non funziona mai.

Per scrittura, è come vede un lungo sketch del Bagaglino al cinema.

Troppo ancorato alla scena politica di oggi, invecchierà prestissimo.

 

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