Un sogno chiamato Florida, la recensione

Uno degli aspetti più riusciti di Un sogno chiamato Florida di Sean Baker si ritrova nella manifestazione e nella celebrazione materiale di alcune sensazioni prettamente fanciullesche: per gran parte del film vediamo infatti i giovanissimi protagonisti Moonee, Jancey e Scooty galleggiare in quel mare di assoluta delizia altresì noto come “tre mesi di nullafacenza estiva”, che li fa scattare a correre come centometristi e arraffare con ingordigia ogni nuova attività, come fischiare attraverso un ventilatore o dare fastidio a Bobby (Willem Dafoe), l’infaticabile manager del loro motel. Perché nonostante abitino a un tiro di schioppo da Disneyland non hanno la possibilità di visitarlo, e dunque sfruttano tutte le potenzialità del motel in cui sono costretti ad abitare.

Ed è in questo contrasto tra il castello incantato di Disneyland e lo squallido “castello” in cui risiedono Moonee e gli altri che cogliamo l’altro punto di forza del film, ossia nella sua estetica che ricorda “un gelato al mirtillo con un che di aspro”, secondo le parole del direttore della fotografia Alexis Zabé. Immaginate dunque un mondo alla Wes Anderson, con colori zuccherosi e una pletora di personaggi stravaganti, con una trama fantastica che però non riesce a coprire i lati talvolta turpi dell’esistenza, insomma prendete tutto questo, dategli una veste kitsch e decadente e avrete Un sogno chiamato Florida.

Il regista decide infatti di descrivere una realtà autentica (perché sempre più americani sono costretti a vivere nei motel) che sembra assurda solo perché lontana dal nostro mondo. Ma questa aderenza all’autenticità a lungo andare può avere i suoi risvolti negativi: la macchina da presa segue Moonee e sua madre Halley (interpretate da Brooklynn Prince e Bria Vinaite, entrambe fenomenali) quasi come se si trattasse di un documentario, e ciò porta il film a collezionare una serie di momenti vuoti e punti morti. Nel film precedente di Baker, ovvero Tangerine, il ritmo invece non lascia tregua, in quanto oltre a essere girato con un cellulare e ambientato nell’arco di una sola giornata, racconta la frenetica odissea compiuta da Sin-Dee per scoprire se il suo ragazzo l’ha tradita; ma non è solo questo a renderlo più riuscito, vi è anche il fatto che lì Sean Baker sembrava raccontare una storia, mentre in Un sogno chiamato Florida dopo un po’ si limita a riportarla.

E così, com’è già accaduto per Moonlight di Barry Jenkins, anche Un sogno chiamato Florida viene lodato per la sua assenza di pietismi, la quale però, a nostro avviso, deriva da un tono eccessivamente asciutto, frutto di un’osservazione trattenuta che sembra aver paura di incappare nel facile melodramma.

Giulia Sinceri

PRO CONTRO
Sean Baker descrive efficacemente il lato più fanciullesco della vicenda, nonché il contrasto tra il mondo fatato di Disneyland e quello difficile in cui vivono i protagonisti. I punti di forza del film finiscono per essere annacquati da una descrizione via via sempre meno partecipe.
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Un sogno chiamato Florida, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
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