Friedkin Uncut – Un diavolo di regista, la recensione

C’è un fascino e una coerenza particolare nell’universo che ruota attorno al grande William Friedkin, premio Oscar nel 1972 per Il braccio violento della legge e immenso regista a cavallo tra i generi. Se anche i sassi conoscono ormai la sua poetica votata al realismo (anche quando di reale c’è ben poco) e una profonda fede cristiana che l’ha portato ad analizzare il Male da un punto di vista sincretico, è la sua vocazione documentaristica a far quadrare perfettamente il cerchio della sua cinematografia. Ad un inizio di carriera incentrato proprio sul documentario, coincide un’attuale maturità che torna sull’approccio documentaristico. È dello scorso anno, infatti, The Devil and Farther Amorth (presentato a Venezia 74 e oggi reperibile su Netflix), rigorosa e inquietante cronistoria di un vero esorcismo in cui il regista pedina Padre Gabriele Amorth nelle fasi mirate a liberare una donna dal demonio. Ed è proprio un documentario, oggi, a raccontare la figura di William Friedkin a cavallo degli anni, anzi dei decenni, e della sua affascinante filmografia. A realizzare Friedkin Uncut – Un diavolo di regista (presentato anch’esso a Venezia, ma quest’anno) è Francesco Zippel, contatto italiano di Friedkin nella realizzazione di The Devil and Father Amorth, che ha utilizzato proprio il soggiorno italiano del grande regista americano per ultimare il suo imponente lavoro celebrativo.

Friedkin Uncut, che arriva nei cinema italiani come film evento solo il 5-6-7 novembre grazie a Feltrinelli Real Cinema in collaborazione con Wanterd, è una lunga intervista a William Friedkin che scandisce, con clip e materiali d’archivio, le fasi più importanti della carriera del regista, spesso intervallate da dichiarazioni di altri importanti cineasti (Quentin Tarantino, Francis Ford Coppola, Walter Hill, Damien Chazelle, Wes Anderson) e attori che hanno lavorato con lui (Matthew McConaughey, Willem Dafoe, Juno Temple, William Petersen, Ellen Burstyn, Gina Gershon).

L’approccio di Zippel è classico e allo stesso tempo provocatorio: costruisce il suo documentario/intervista con i tempi giusti riuscendo a donare al suo lavoro un ritmo perfetto grazie al certosino cadenzamento tra diversi materiali, in grado di tenere sempre desta l’attenzione. Allo stesso tempo, Friedkin Uncut cerca sempre di cogliere l’aspetto più irriverente del regista e del suo modo di far cinema. Non è un caso, infatti, se il film si apre proprio con una provocatoria affermazione secondo la quale i due personaggi più affascinanti della storia dell’umanità sono per Friedkin Gesù e Hitler, in quanto emblemi del Bene e del Male, dicotomia che vive in ognuno di noi.

Analizzando, dunque, il Friedkin-pensiero, Friedkin Uncut prende le mosse proprio dal film più celebre e fortunato nella filmografia del regista, L’esorcista, e attraverso testimonianze dirette e ricostruzioni, ne spiega alcune caratteristiche fondamentali e curiosità. Il documentario prosegue nella stessa direzione anche con altri segnanti lavori del regista, come Il braccio violento della legge, Vivere e morire a Los Angeles, Il salario della paura e Cruising. Di questi ultimi due, soprattutto, notiamo un particolare interesse: il primo perché segnava un flop nella carriera del regista, intelligentemente spiegato da Quentin Tarantino, il secondo perché rappresentava il suo modo di affrontare una tematica spinosa – l’omosessualità – con una sfacciataggine d’altri tempi che comunque gli costò non pochi guai con la censura.

In mezzo a tutto ciò, prima di arrivare a Killer Joe e The Devil and Father Amorth, con veloci riferimenti a Bug, c’è l’interessante aneddoto di The People vs Paul Crump, documentario datato 1962 con il quale Friedkin riuscì ad accendere i riflettori su un’oscura condanna a morte a un ragazzo di colore e grazie al quale la sentenza fu rimessa in discussione. Interessante anche il frangente Fritz Lang con il documentario-intervista (per la verità molto simile proprio a quello che stiamo guardando!) che Friedkin realizzò nel 1974 sul grande regista tedesco, nel quale apprendiamo il carattere burbero del regista di Metropolis e la ben poca considerazione che aveva per i suoi lavori in Germania.

Purtroppo, Friedkin Uncut non porta in scena la filmografia completa di Friedkin: non sarebbe stato male approfondire anche le sue opere meno note, dai film prima de Il braccio violento della legge ai film mainstream degli anni ’90, passando per il suo curioso ritorno all’horror con L’albero del male (1990), ma è comprensibile la scelta intrapresa da Zippel.

A conti fatti, Friedkin Uncut – Un diavolo di regista è un ottimo documentario capace di gettare una limpida luce su un regista ormai entrato nella storia del cinema mondiale, capace tanto di analizzare i suoi film attraverso la voce di chi li ha realizzati, sia di esplorare il suo pensiero attraverso le sue stesse dichiarazioni. Un’opera interessante e utile, che insieme all’autobiografia “Il buio e la luce”, stampata qualche anno fa da Feltrinelli, getta uno sguardo completo e senza riserve su uno dei più importanti e influenti registi del cinema contemporaneo.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
Interessante e ricco di ritmo. Sarebbe stato gradevole avere dichiarazioni anche sui film minori del regista.

VN:R_N [1.9.22_1171]
Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
VN:F [1.9.22_1171]
Valutazione: 0 (da 0 voti)
Friedkin Uncut - Un diavolo di regista, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
Condividi questo articolo

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.