Macchine Mortali, la recensione

Sono trascorsi ormai moltissimi anni dalla “Guerra dei Sessanta Minuti”, un devastante e fulmineo conflitto bellico che ha ridotto l’intero globo terrestre in una landa desertica ricoperta di fango. Su di essa si muovono gigantesche metropoli su ruote che vagano con l’unico scopo di “fagocitare” e depredare le città più piccole, così da assorbirne energie e risorse. Su una di queste metropoli cingolate, Londra, vive il giovane Tom, un orfano nato e cresciuto su questa città mobile e che non ha mai visto il mondo esterno. Un giorno, a seguito di un’inaspettata ribellione nel cuore di Londra, Tom finisce per essere scaraventato fuori dalla gigantesca metropoli. Spaventato e spaesato, si ritrova nell’inquietante ed anarchico mondo esterno popolato da macchine futuristiche e rugginose pronte a depredare qualunque cosa. Ma Tom non è solo, con lui anche la giovanissima Hester, una ragazza con il volto sfregiato e desiderosa di tornare su Londra per uccidere l’uomo che ha assassinato sua madre.

Sin dalle primissime immagini, Macchine Mortali trascina lo spettatore in un mondo futuristico più che mai distopico e caratterizzato da pesantissime atmosfere steampunk utili a conferire all’opera un look immediatamente accattivante e ricco di personalità.

Alla base del film c’è il romanzo omonimo dello scrittore e illustratore britannico Philip Reeve che edita la sua opera letteraria nel 2001 come primo atto di un’ideale quadrilogia dedicate alle “Macchine Mortali” e che comprende anche i romanzi Freya delle Lande di Ghiaccio (2003), Infernal Devices (2005) e  A Darkling Plain  (2006). Un quartetto che ha visto, negli anni a venire, anche la comparsa di altri tre romanzi prequel: Fever Crumb (2009), A Web of Air (2010) e Scrivener’s Moon (2011).

Forti di un immaginario originale era inevitabile che qualcuno, prima o poi, mettesse gli occhi sui romanzi di Reeve per farne una trasposizione cinematografica e quel “qualcuno” è stato il buon Peter Jackson che si è innamorato dell’opera dello scrittore inglese ed ha iniziato a lavorarci scrupolosamente fino a dedicargli dieci lunghi anni.

Affiancato dal suo team di sceneggiatori (Philippa Boyens e Fran Walsh) e produttori, Jackson da vita a questo nuovo ed ambizioso sogno cinematografico affidando la regia nelle mani dell’esordiente Christian Rivers, collaboratore storico di Jackson sin dai tempi del bellissimo Splatters – Gli schizzacervelli, come illustratore prima e tecnico degli effetti speciali dopo.

Macchine Mortali ha un inizio potentissimo con la presentazione dell’eroina Hester Shaw durante uno scontro tra due città su ruote utile a presentarci nel migliore dei modi il contesto futuristico in cui siamo immersi. Visivamente stupendo, il film di Rivers ci catapulta sin dai primi fotogrammi in un mondo inquietante e squisitamente steampunk, in cui il fantasy si mescola alla fantascienza all’interno di scenari futuristici ma dal retrogusto vintage.

Pur nella sua innovazione visiva, il mondo di Macchine Mortali deve tantissimo all’immaginario di Hayao Miyazaki e, in modo particolare, a Il Castello errante di Howl ma al tempo stesso sembra voler trarre spunto anche da tanta serialità manga di successo come il sempre inflazionato Ken il Guerriero o il più recente One Piece. Rivers guarda ad una certa cultura fantasy orientale, dunque, ma inevitabilmente le immagini che realizza per il grande schermo non possono che richiamare anche una certa cultura “distopica” e cinematografica d’Occidente che va dal sempre presente Mad Max al bellissimo – e spesso sottovalutato – Waterworld di Kevin Reynolds.

Se visivamente Macchine Mortali riesce a fare il suo lavoro, ed anche molto bene, ciò che purtroppo non funziona è la sceneggiatura che paga il triste scotto di dover raccontare tanto, troppo, all’interno di un minutaggio eccessivamente contenuto. Morale della storia i 129 minuti di durata sono troppo pochi per un racconto così complesso e articolato, ricco di situazioni e personaggi, snodi narrativi e pseudo colpi di scena. Tutto questo materiale interessante non avrebbe certo faticato a riempire una saga cinematografica, o meglio ancora una serie tv, e invece viene qui tristemente compresso all’interno di due ore che, per forza di cose, risultano spaventosamente dense. Si ha la sensazione, anche sgradevole a volte, di stare ad assistere ad una corsa frenetica in cui è necessario soprassedere su tutto per mere questioni di tempo.

La storia della “Guerra dei Sessanta Minuti”, lo scontro ideologico e bellico tra gli “stazionasti” e i “trazionisti”, la nascita del solito gruppo di “ribelli” intenzionati a sovvertire l’ordine sociale, tutte tematiche e sottotrame di primaria importanza ai fini dello sviluppo ma che, tuttavia, vengono solo velocemente accennate in qualche dialogo tra un combattimento e l’altro.

Anche per i personaggi che animano la vicenda il discorso è lo stesso. Hester Shaw (la brava Hera Hilmar), l’eroina dai capelli rossi e con una bandana sul viso, è un bel personaggio che tuttavia non riesce ad emergere mai così come Tom Natsworthy (Robert Sheehan), il co-protagonista, che a fine racconto sembra essere un personaggio più dovuto che necessario. Le cose, purtroppo, non migliorano sul fronte “cattivi” (solitamente il vero punto di forza di questi film) a causa di un villan (Hugo Weaving) totalmente anonimo ed un secondo antagonista, il ri-generato Shrike, che è un personaggio dal grande potenziale ma inserito dentro come a voler riempire un piatto già strabordante.

Troppa smania di raccontare tanto e in poco tempo con l’unica conseguenza possibile di dare vita ad un film “freddo”, bello visivamente ma incapace di generare qualunque tipo di emozione a causa di un distacco narrativo sempre troppo presente. Non si riesce a simpatizzare mai con i due eroi e nemmeno a tifare per loro durante le spericolate colluttazioni. Si assiste, al contrario, con fin troppa indifferenza ai numerosi inseguimenti o sparatorie percependo anche una discreta sensazione di noia nel momento in cui ci si abitua allo stupore visivo.

Due ore di scene d’azione no-stop in cui si fa tanto chiasso per arrivare ai titoli di coda con il fiatone e con la brutta sensazione di aver perso più di qualche passaggio importante.

Un’opera dal sapore incompiuto, purtroppo, che lascia il ricordo di un primo atto davvero molto promettente ma destinato a smontarsi pezzo dopo pezzo con il progredire dei minuti, in una narrazione esageratamente concitata e vittima anche di qualche cliché di troppo.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
Un mondo distopico e steampunk visivamente molto accattivante.

L’introduzione del film, con lo scontro fra due città mobili, è bellissimo.

 

Si corre sempre, su tutto, senza approfondire mai nulla.

Non si riesce ad empatizzare con nessun personaggio così da cadere in un racconto freddo e distaccato.

Una narrazione eccessivamente densa e schiava di tantissimi cliché.

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