Polaroid, la recensione

Quando ci si imbatte in prodotti come Polaroid, lungometraggio d’esordio del norvegese  Lars Klevberg, si rimane un po’ sconcertati dal vuoto totale che un genere meraviglioso come l’horror possa a volte generare.

Avete presente le ghost-stories incentrate su un oggetto tecnologico maledetto che hanno proliferato in tutto il mondo agli inizi del 2000? Erano un po’ la risposta al successo che ebbe The Ring e, da quel momento, la creatività degli autori si è sbizzarrita nel legare a presenze maligne oggetti di uso quotidiano, spesso di estrazione tecnologica, e i più gettonati sono stati telefoni e macchine fotografiche, prima che prendesse piede il trend internettiano di app e social network.

Polaroid, che è stato realizzato nel 2017 ma arriva nei cinema di tutto il mondo solo ora nel 2019, si ricollega proprio a quel mini-filone eleggendo a protagonista del terrore proprio la macchina fotografica a sviluppo istantaneo che gli da il titolo.  

Però non se ne sentiva davvero il bisogno dell’ennesimo film sulla falsariga di The Ring, soprattutto oggi che quell’ondata di ghost-stories è tramontata, ha lasciato il passo ad altro, con il risultato che il film di Klevberg appare incredibilmente datato nelle idee, assolutamente fuori tempo massimo.

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In Polaroid si racconta la storia di Bird, una ragazza introversa con un passato traumatico e la passione per la fotografia che riceve in regalo da un suo amico una vecchia polaroid capitata per caso nel negozio di antiquariato in cui lavora. Bird comincia ad utilizzare la macchina fotografica a sviluppo istantaneo proprio fotografando il suo amico, che muore in circostanze misteriose poche ore dopo. La ragazza continua a far fotografie con quell’oggetto, compresa una foto di gruppo ai suoi amici di scuola durante una festa. Uno ad uno i ragazzi ritratti in quella foto muoiono, sempre in modo molto misterioso, finché i sopravvissuti e la stessa Bird capiscono che la causa è proprio la macchina fotografica, sulla quale grava una letale maledizione.

Come potete intuire solo leggendo la trama, davvero siamo in territori più volte battuti con palesi somiglianze a certo techno-horror di estrazione orientale, in particolare The Call – Non rispondere (2003) di Takashi Miike (dal quale riprende anche alcuni risvolti della trama), rifatto anche negli Stati Uniti nel 2018 con Chiamata senza risposta. Ma numerosi sono i collegamenti mentali che lo spettatore può facilmente fare, con la saga di Final Destination, per esempio, con la quale Polaroid condivide il gusto per la corsa contro il tempo per scongiurare la morte, oppure il remake (si, proprio il remake!) di Nightmare, dal quale curiosamente “ruba” elementi che caratterizzano il boogeyman, fino a giungere al nostrano Smile – La morte ha un obiettivo (2009) di Francesco Gasperoni, che raccontava proprio di una polaroid maledetta capace di uccidere con le proprie fotografie.

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Insomma, appurato che Polaroid non ha davvero nulla di originale e neanche genera particolari spunti di riflessione, è curioso notare che il progetto nasce da un cortometraggio dallo stesso titolo che Lars Klevberg aveva realizzato nel 2015 e che, di fatto, è riproposto nel prologo di questo suo lungo, andando così ad arricchire quel trend contemporaneo caldeggiato dalle majors che vuole lo sviluppo in lunghi di cortometraggi che si sono fatti notare (ricordiamo, tra i più recenti, La Madre di Andy Muschietti e Lights Out di David F. Sandberg).

Avulso anche di qualsiasi concessione allo splatter e alla violenza, Polaroid scorre velocemente e prevedibilmente affidandosi a uno schema narrativo meccanico che implica anche un’indagine mirata allo svelamento del mistero che c’è dietro la maledizione. Il boogeyman che infesta l’oggetto non è nulla di memorabile, sia per motivazioni che per look e modus operandi, mentre i personaggi risultano la classica carne da macello da horror, senza particolari caratterizzazioni ne carica empatica, ad eccezione della protagonista interpretata da Kathryn Prescott (Fino all’osso), che possiede quella costruzione pregressa tragica perfetta per creare un legame con i fatti luttuosi del presente.

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Probabilmente dimenticheremo Polaroid in un batter d’occhio, un horror convenzionale e innocuo che forse troverà fortuna nel pubblico estivo più giovane e dalla memoria molto breve, ma possiamo tener d’occhio il regista, dal momento che tra poche settimane sarà nei cinema il suo secondo film, sempre un horror, il remake de La bambola assassina.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
Veloce e dinamico, si lascia vedere con piacere. È un concentrato di cose già viste anche in tempi relativamente recenti.
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Valutazione: 5.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Polaroid, la recensione, 5.0 out of 10 based on 1 rating
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    2 Responses to Polaroid, la recensione

    1. fabio ha detto:

      Non sono d’accordo sta volta, è un filmetto quello si, ma solo per il fatto che hanno puntato al pg 13, se era rated r sarebbe stato buono e non poco, la storia è già vista quello si, ma nel complesso risulta interessante e la regia di Klevberg l’ho trovata abbastanza suggestiva, è un film da 6 o 6 e mezzo, poteva essere di più se appunto ci mettevano più violenza, ma di certo lo trovo assai meglio del La madre che trovai pessimo o dell’appena guardabile Lights Out o della maggior parte dei filmetti alla insidious o conjuring, almeno quì c’è una minaccia concreta, la gente muore, non come in quegli altri film dove la cosa più spaventosa che accade è il pianto del bimbo o il fantasma che fa sbattere le porte XD.

      Ripeto, filmetto carino e basta, si poteva e doveva fare di più, ma c’è di moooolto peggio, ovviamente spero che Klevberg abbia fatto di meglio con l’imminente remake di Chucky.

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      Valutazione: 3.0/5 (su un totale di 1 voto)
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      • DarksideCinema ha detto:

        Al di là dei gusti personali, sempre legittimi, nel confronto tra Polaroid e – che so – The Conjuring, La Madre o i primi 2 Insidious, quello in cui il film di Klevberg è proprio carente è il valore cinematografico. Polaroid ha più il respiro del b-movie e ok, con un impianto quasi da slasher, a differenza degli altri che citi che, pur abbracciando il genere horror soprannaturale, cercano differenti suggestioni per spaventare. Solo che lì trovi una cura nella scrittura, nella recitazione e nella messa in scena generale che Polaroid non ha proprio. E non credo che un po’ di violenza lo avrebbe comunque salvato dall’anonimato. :/

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