The Tribe: quando le parole non servono, la recensione

The Tribe, opera prima del regista ucraino dal nome impronunciabile Myroslav Slaboshpytskiy, è un dichiarato omaggio al cinema muto, un’operazione che rappresenta un’arma a doppio taglio, poiché può risultare tanto affascinante quanto facilmente riducibile a semplice convenzione.
Come affermava Chaplin, “il cinema è l’arte del silenzio” e questo ce lo ricorda ogni pellicola che tenti di ricreare la spettacolarità visiva delle origini del cinema. Perché, diciamocelo, oggi la settima arte si sente molto e si osserva molto poco; non si presta attenzione ai dettagli, ai gesti e ai colori finché non arriva la canonica esplosione di turno, che deve svegliare lo spettatore dal suo torpore. The Tribe vuole far osservare il pubblico, vuole ricreare uno spettatore pienamente attivo, che deve prestare attenzione senza mai distrarsi.

La pellicola, però, non è semplicemente un omaggio ma è la rappresentazione di un linguaggio universale che ancora non era stato così profondamente trasposto sul grande schermo: il linguaggio dei sordomuti. Niente dialoghi, niente sottotitoli e la partecipazione di veri sordi: questi sono gli ingredienti principali che rendono il film unico nel suo genere.
The Tribe, tra i film più apprezzati ed applauditi all’edizione 2014 della Semaine de la critique del festival di Cannes, dove vinse il Grand Prix (solo per citare il premio più prestigioso di una lista veramente lunga), racconta la vita di un giovane adolescente sordomuto (impossibile sapere il suo nome, a meno che non lo si noti nei titoli di coda) e del suo percorso di crescita, adattamento e cambiamento all’interno di un collegio per ragazzi affetti dalla sua stessa patologia.

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Il regista riesce a mostrarci come il mondo di questi ragazzi sia in realtà esattamente come il nostro: il protagonista cerca il proprio spazio all’interno di questo nuovo ambiente caratterizzato da una gerarchia sociale che possiamo definire, senza esagerazioni, criminale. In questo film non si parla, ma si comunica ugualmente bene e questo per la stragrande maggioranza del pubblico (che non conosce il linguaggio dei segni) vuol dire sentirsi completamente perso. Questa sensazione di spaesamento non verrà mitigata da sottotitoli o voice-over e neanche da un’elaborata colonna sonora (che avrebbe giovato all’empatia con alcune scene), ma potrà risolversi solo con una ricercata attenzione alla mimica degli attori. Porre l’attenzione sui corpi e sui movimenti dei protagonisti sarà l’unico modo che il pubblico avrà per rendere intellegibile la scena.

La storia, alquanto comune e a suo modo semplice, porta avanti il tema cardine della violenza articolandolo sotto numerose sfumature, che vanno dal bullismo e le gerarchie sociale alla prostituzione.
In un paese in cui la terra dei sogni è proprio la nostra bistrattata Italia, il regista decide di fotografare i suoi protagonisti, tutti interpretati da attori sordomuti non professionisti, in due fasi diverse che corrispondono alle due metà della pellicola. Una prima parte è dedicata alla routine quotidiana di un mondo sostanzialmente come il nostro, dove i ragazzi scherzano durante la lezione e corrono via appena la campanella si illumina; dove il nuovo arrivato dovrà sottostare alle regole della comunità ed adattarsi (esattamente come avviene in qualunque liceo); dove le ragazze si truccano ed i ragazzi fanno a botte.

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Nella seconda parte, a dominare la scena sono due sentimenti primordiali dell’uomo: l’amore e la violenza. Quest’ultima avrà il sopravvento assoluto e lascerà solo le briciole alle relazioni affettive. L’ultima parte di The Tribe è sicuramente la più complessa da comprendere: rimanere a bocca aperta per le azioni e per i sentimenti esasperati che questa tribù sociale ha generato non basta, però, a giustificare la drastica svolta finale. Siamo d’accordo che i sentimenti di un giovane sono più puri – e allo stesso modo più violenti – rispetto a quelli di un adulto, ma siamo convinti che il finale non garantisca una linearità interna alla pellicola.

Uscendo dalla sala, che The Tribe vi sia piaciuto o meno, una cosa è certa: il film è innanzitutto un’esperienza cinematografica che renderà la visione una vera e propria sfida per lo spettatore, il quale, non sentendo più quelle voci a cui ormai è strettamente legato, potrà riscoprire la bellezza delle immagini e la forza comunicativa di un corpo in movimento. Riscoprirà, in poche parole, la magia originaria del cinema.
The Tribe è in sala dal 28 maggio, con Officine UBU.

Matteo Illiano

Pro Contro
  • Riscopre la forza delle immagini e la bellezza dei corpi umani.
  • Lancia una vera sfida allo spettatore, che dovrà impegnarsi attivamente per comprendere le scene.
  • La capacità di trasformare il linguaggio, per dimostrare che la violenza del mondo colpisce tutti indistintamente.
  • Una colonna sonora più elaborata avrebbe aiutato in qualche sequenza.
  • Il finale rappresenta un ideale coronamento dei temi trattati, tuttavia non si fonda su basi narrative solide.
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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