Un Valzer tra gli scaffali, la recensione

Se la vita è un supermercato, allora ciò di cui abbiamo bisogno non si trova sugli scaffali, ma nelle corsie. Il film mostra in modo artisticamente convincente cosa si intende per: Beati i puri di cuore”. Accompagnato da questa motivazione Un Valzer tra gli scaffali, che arriverà nei cinema italiani il 14 febbraio distribuito da Satine Film, ha vinto il Premio della Giuria Ecumenica al Festival Internazionale di Berlino.

Tratto dal libro In der Gängen (che poi è anche il titolo originale della pellicola) di Clemens Meyer, che ha curato la sceneggiatura insieme al regista, Thomas Stuber, Un Valzer tra gli scaffali propone una visione inedita su un mondo che appartiene fortemente al nostro quotidiano ma che raramente scrutiamo con attenzione: il supermercato! Una cosa è certa: dopo aver visto questo film nessuno potrà guardare con gli stessi occhi commessi, scatolame, corsie di bibite e muletti.

Le luci di un grande supermercato alla periferia di una cittadina della Germania Est si accendono e, sulle note di Sul Bel Danubio Blu, i carrelli per la movimentazione delle merci volteggiano come abili danzatori in un valzer tra i corridoi. Un’immagine onirica ed evocativa che sembra contrastare con la monotona quotidianità di questo luogo, popolato di gente, lavoratori o clienti, unicamente impegnata a riempire o a svuotare interi bancali di merci. Eppure, in questo microcosmo di vite scandite da una banale e impassibile regolarità, si cela una profonda umanità: storie di solitudini e malinconie, ma anche di emozioni e di complicità, animano la vita tra i corridoi creando l’illusione, tra i lavoratori, di essere parte di un’unica, grande famiglia. Tra le tante storie spicca quella di Bruno (Peter Kurth). Il nuovo arrivato Christian (Franz Rogowski), timido e riservato scaffalista notturno, non resta insensibile a questa atmosfera e presto finisce per considerare il supermercato come fosse la sua vera casa. Ma, soprattutto, Christian non resta insensibile a lei, la Marion (Sandra Huller) ai dolciumi che lo ha folgorato al primo sguardo e che, tra un incontro e l’altro alla macchinetta del caffè, cerca teneramente di conquistare.

È difficilissimo parlare di film come questo. Qualunque sintesi, critica o presentazione non renderebbe giustizia. Dimenticate locandina e trailer del film (seppur perfettamente confezionati entrambi) e, se ci riuscite, anche il fuorviante titolo italiano! La chiave di lettura utilizzata per la promozione italiana non è proprio la stessa del regista. Non aspettatevi ammiccamenti puerili, tra un barattolo di pelati e gli snack salati. Non immaginatevi storie torbide nel reparto surgelati, tra il poveretto col turno di notte e biondona al reparto dolci che copre l’orario 8.00 – 17.00. L’unica strada possibile per godere di questa perla cinematografica e abbandonarsi ai lenti movimenti di camera, alla fotografia color ambra e alle inquadrature meravigliose e geniali. Ebbene sì. Si possono fare inquadrature meravigliose tra le corsie, senza luce, dei discount tedeschi che si trovano lungo l’autostrada, nei dintorni dell’uggiosa periferia di LipsiaQui persino un muletto elevatore diventa strumento musicale e riproduce l’infrangersi delle onde dell’oceano. Ma attenzione: il muletto si esibisce solo per chi sa ascoltare il mistero del quotidiano!

Quindi: se cercate il film smielato e romantico per portare la vostra fidanzata a San Valentino al cinema, rinunciate. Se invece volete vedere qualcosa di nuovo fate subito i biglietti per quest’opera lenta, sognante, enigmatica ed originalissima.

Thomas Stuber reinventa lo squallore riuscendo a spremere dalla banalità del quotidiano momenti di rara poesia. Allo stesso tempo restituisce umanità a quel mondo sotterraneo che ordina gli scaffali. Con rara maestria Stuber combina desolazione e meraviglia e per far ciò usa una colonna sonora sublime che comprende, oltre al già citato Sul Bel Danubio Blu, la straordinaria The Devil Never Sleeps di Blues Saraceno.

“La storia di Meyer è pervasa da un’immensa profondità e tragicità, eppure ha bisogno solo di pochi dettagli per prendere vita. Molte cose restano non dette, le conclusioni non vengono rivelate. Sta al lettore, e ora al pubblico – dichiara Stuber – mettere insieme i pezzi di questo puzzle. C’è amore e tragedia al supermercato: Marion, Bruno, Rudi, Irina e Klaus si innalzano al si sopra di loro stessi. Ciò che rimane è la consapevolezza che il senso di comunità, il calore e un po’ di felicità sono possibili solamente nei corridoi di questo grande supermercato”.

Un Valzer tra gli scaffali è un diario di giornate senza sole. Giorni tutti uguali, uno dopo l’altro. Lavoro, doccia, sonno, lavoro, doccia, sonno. In un loop continuo che sembra più una musica ossessiva che un valzer. Giorni talmente uguali tanto da far perdere l’orientamento e lo spazio temporale, tra gli scaffali. C’è solo il lavoro. Sembra che la vita fuori non esita. Anche il regista sembra intrappolato in questo loop ossessivo lavoro/casa casa/lavoro senza soluzione di continuità. Stuber si perde tra gli scaffali e con lui ci perdiamo anche noi scrutando le anime di questi personaggi dagli occhi cupi e le vite complicare.

Un Valzer tra gli scaffali è poesia e la poesia non è sempre sole, cuore e amore. La poesia sa raccontare le cose semplici, i gesti impercettibili e la banalità della vita. Stuber presenta un film commovente e atipico, a tratti ostico dove, però, tutti gli ingredienti sono dosati con equilibrio. Drammi, crisi esistenziali, crisi economiche e sociali si fondono in un grande affresco dai toni cauti. Vedere per credere.

Ilaria Berlingeri

PRO CONTRO
  • Peter Kurth intensissimo, nel ruolo di Bruno.
  • La colonna sonora.
  • Inquadrature da far invidia a Wes Anderson.
  • La lentezza.
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Un Valzer tra gli scaffali, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating
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