Obsession, la recensione
C’è un racconto, scritto nel 1902 da W. W. Jacobs, che continua a proiettare la sua ombra lunga su tutto il cinema dell’orrore: La zampa di scimmia (The Monkey’s Paw). Una storia semplice, quasi archetipica, che mette in guardia contro il desiderio e contro l’illusione di poter piegare il destino attraverso scorciatoie soprannaturali. Ogni desiderio esaudito porta con sé una distorsione, una punizione, una conseguenza inattesa e terribile. Da oltre un secolo, letteratura e cinema continuano a rielaborare questa intuizione. Obsession di Curry Barker si inserisce perfettamente in questa tradizione, ma ha il grande merito di non limitarsi a replicarne lo schema: lo piega, lo modernizza e soprattutto lo radica nei personaggi, nelle loro fragilità e nelle loro ossessioni.
Bear è segretamente innamorato di Nikki, i due si conoscono da quando erano adolescenti ma lui non ha mai avuto il coraggio di confessarle il suo amore, anche se la cosa sta diventando palese, tanto per i loro amici quanto per la stessa Nikki. Una sera, Bear decide di comprare e utilizzare un “bastoncino dei desideri”, un vecchio giocattolo vintage che promette di esaudire un desiderio spezzandolo, per far innamorare Nikki di lui. E incredibilmente funziona: Nikki si innamora perdutamente di Bear e si trasferisce a casa sua. Ma quello che inizialmente sembra un sogno che si realizza si trasforma rapidamente in un incubo. L’attaccamento di Nikki diventa sempre più morboso, sempre più invasivo, fino a soffocare completamente la vita di Bear. E le conseguenze, inevitabilmente, saranno terrificanti.
Quello che colpisce di Obsession è la capacità di Curry Barker di lavorare su un equilibrio sottilissimo tra ironia e orrore. Barker viene dal mondo della stand-up comedy, e questa origine si percepisce chiaramente: c’è una vena ironica costante che attraversa tutto il film e che genera un effetto di straniamento potentissimo. La situazione di partenza è paradossale, quasi grottesca: Bear (interpretato dal bravo Michael Johnson) è impacciato, insicuro, e si affida a un espediente ridicolo per ottenere ciò che desidera. All’inizio si sorride, si percepisce un tono da commedia nera, ma è una risata che si spegne progressivamente.
Perché Barker è abilissimo nel far scivolare il film verso territori sempre più inquietanti. L’orrore cresce in maniera graduale, insinuante. Non è mai immediato, mai urlato: si insinua nei dettagli. Nei momenti notturni in cui Nikki si comporta in modo anomalo. Nel suo volto spesso lasciato in ombra, come se nascondesse qualcosa di indicibile. Nei piccoli gesti quotidiani che diventano via via più disturbanti. L’amore si trasforma in possesso, il desiderio in ossessione, e lo spettatore si ritrova intrappolato insieme al protagonista in una spirale di ansia crescente.
E poi c’è lei, Nikki. Interpretata da una straordinaria Inde Navarrette, è senza dubbio l’elemento più impressionante del film. La sua è una performance magnetica, destabilizzante, capace di passare con naturalezza da una dolcezza quasi infantile a una furia inquietante. Navarrette costruisce un personaggio sfaccettato, imprevedibile, profondamente disturbante, incarnando perfettamente l’idea di un amore che diventa mostruoso. È una prova attoriale che, senza esagerare, meriterebbe palcoscenici ben più prestigiosi: in un sistema più coraggioso, sarebbe materiale da premi importanti.
Dal punto di vista registico, il giovanissimo Barker dimostra una maturità sorprendente. Costruisce atmosfere dense, gestisce la tensione con grande consapevolezza e sa quando colpire con esplosioni di violenza improvvise e scioccanti.
Obsession è prodotto da Blumhouse ma si distingue nettamente dalla media delle produzioni della casa: qui c’è un controllo, una visione e una cura per i personaggi che elevano il film ben oltre il semplice horror commerciale.
Soprattutto, il film riesce a parlare in modo estremamente efficace della tossicità nei rapporti di coppia. Senza moralismi, senza semplificazioni, mostrando come l’ossessione non abbia genere e possa manifestarsi in forme diverse ma ugualmente distruttive. È un horror che fa paura, sì, ma perché affonda le radici in qualcosa di profondamente reale e riconoscibile.
Se proprio si vuole trovare un limite è forse in una parte centrale leggermente reiterativa, dove alcune dinamiche tendono a ripetersi senza aggiungere nuove sfumature. Ma è un difetto minimo, trascurabile rispetto alla forza complessiva dell’opera.
Obsession è uno di quei film rari che riescono a essere allo stesso tempo inquietanti, intelligenti ed emotivamente coinvolgenti. Un horror che parte da un’idea antica più di un secolo e la trasforma in qualcosa di profondamente contemporaneo. E sì, senza esagerare, ha tutte le carte in regola per diventare un classico del genere.
Roberto Giacomelli
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