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I Peccatori, la recensione
Me and the Devil Blues è una delle più note ballate blues di uno dei più noti bluesmen della storia, Robert Johnson. L’artista in questo brano immaginava un suo incontro con il Diavolo, quando quest’ultimo era tornato a reclamare la sua anima.
“When you knocked upon my door – And I said, “Hello Satan” –
“I believe it’s time to go” – Me and the Devil – Was walkin’ side by side”.
Uno dei testi che hanno alimentato la leggenda di questo grande artista che, si dice, avesse venduto la sua anima al diavolo a un crocevia per ricevere il talento musicale.
Ma il legame tra il blues e il Maligno è risaputo e precedente alla comparsa sulle scene del noto chitarrista e cantautore, non a caso il Blues è considerato storicamente “la musica del Diavolo”. Probabilmente era una semplice questione di estremo bigottismo da parte degli ambienti religiosi del Sud degli Stati Uniti dove le sonorità “stonate” del blues erano viste come terreno fertile per il Diavolo, o meglio, tutto quello che si estendeva al di fuori del gospel non era visto di buon occhio dalla comunità. Fatto sta che oltre al suo valore artistico e sociale, all’essere stato eletto il canto del dolore e della voglia di riscatto, questo genere musicale che nasceva nei campi di cotone del Delta del Mississippi è stato spesso associato alla fascinazione per il Male.
Con un encomiabile raccordo tra generi e racconto, Ryan Coogler trova una strada molto affascinante per fare un film sul blues andando a scavare proprio nel torbido dei suoi elementi più esoterici e folkloristici e con I Peccatori dà vita a un horror che, pur rubacchiando qua e là, si presenta con una veste d’insieme davvero singolare.
Bumblebee, la recensione
Con oltre quattro miliardi di dollari di incasso mondiale, la saga cinematografica dei Transformers è tra i più grandi successi dell’entertainment hollywoodiano degli ultimi dieci anni, capace di rilanciare nell’olimpo iconografico i giocattoli Hasbro che hanno dato origine a tutto, affermare il potere produttivo di Micheal Bay e gettare l’esca per una nuova tendenza di cinema fanta-catastrofico a cui qualcuno ha già attinto con successo.
Il problema della saga è sempre stato legato, però, a un’ipertrofia nei ritmi, nelle durate e nelle immagini che, con il passare degli episodi, ha pagato in termini di fedeltà spettatoriale. Con Trasformers 3, che è uno dei capitoli migliori della saga ma anche il vero punto di non ritorno, Paramount Pictures ha avuto il suo personale successo perché a fronte di uno dei budget più bassi della saga, ha riscosso il maggior successo economico e critico. Ma dal capitolo successo, la strada si è dimostrata solo in salita: necessità di recasting, budget sempre più alti e incassi in calo, fino al quinto film del 2017, Transformers – L’ultimo cavaliere, che a fronte di un budget di 217 milioni di dollari, ne ha incassati in USA solo 130 milioni, sintomo che il pubblico ha cominciato a gettare la spugna di fronte a durate spropositate, battaglie sempre più inutilmente complesse e trame particolarmente idiote.
17 anni (e come uscirne vivi), la recensione
I 17 anni sono sicuramente un’età tormentata, il passaggio dall’adolescenza (non troppo lontana), all’età adulta (ma, non troppo vicina). I primi amori, l’approccio con l’altro sesso, il contrasto sempre più forte con i genitori, il sesso che da tabù diventa invece un elemento costante; inevitabilmente si cambia e il Liceo è la “giungla”, in cui ci si forma, ci si modella, ci si plasma, o si rimane emarginati.
I 17 anni possono essere definiti il coming of age, l’età della sopravvivenza, in cui ogni piccolo problema diventa un dramma, in cui l’universo scolastico è visto come una costante prova da superare.
The Edge of Seventeen, che in Italia diventa 17 anni (e come uscirne vivi), è il classico teen movie americano adattato all’epoca contemporanea, in cui tutto è regolato dal principio della visibilità.
Tutto può cambiare, la recensione
Senza girarci attorno, ammettiamo che la prima impressione che potrebbero suggerire la locandina, la sinossi o il trailer di Tutto può Cambiare è inequivocabilmente una: la solita ‘americanata’ tutta sentimentalismo e happy ending. Invece, statene certi, la nuova commedia del cineasta irlandese John Carney, già al timone di Once (2006), è destinata a disattendere buona parte di pregiudizi o basse aspettative. Siamo di fronte a un prodotto fresco, lucido e sognante, potenzialmente inedito e gradevolmente spiazzante rispetto al genere di riferimento.
Begin Again: il trailer del film con Keira Knightley e Mark Ruffalo
ROMA 2013. “Il Venditore di Medicine” e “Romeo and Juliet” raccontati dai loro protagonisti
11 novembre: la quarta giornata dell’ottava edizione Festival Internazionale del Film di Roma, superata la tempesta Hollywoodiana, non è stata avida di interessanti e attese anteprime. Tra queste ultime, si è ritagliato un posto di riguardo il cinema italiano con Il Venditore di Medicine di Antonio Morabito (che firma anche soggetto e sceneggiatura), chiacchierato lungometraggio, presentato fuori concorso, che segna il debutto sul grande schermo del giornalista Marco Travaglio. Al centro della vicenda, la malasanità e le truffe perpetrate da medici corrotti che, in cambio di favori di varia natura, si lasciano persuadere a prescrivere un certo tipo di medicinale da informatori farmaceutici senza scrupoli. Protagonisti del film, volto a denunciare tali spregevoli abusi sulla pelle dei malati, Isabella Ferrari e Claudio Santamaria.











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