Sofia, la recensione

Uno degli esordi più interessanti dell’anno è Sofia diretto da una promettente giovane autrice dal nome altisonante, Meryem Benm’Barek-Aloïsi. La regista, classe 1984 e originaria di Rabat, firma con questo primo lungometraggio un’opera bellissima nella sua apparente semplicità e forse presagio di una nuova interessante linea autoriale.

Probabilmente la tematica scelta dalla regista potrà stupire il pubblico occidentale, essendo quest’ultima ispirata ad un volto a noi poco noto di un paese pur sempre affacciato sul Mediterraneo.

In Marocco, l’articolo 490 del codice penale prevede da un mese a un anno di reclusione per le coppie che intrattengono relazioni sessuali al di fuori del matrimonio. Eppure, ogni giorno 150 donne marocchine partoriscono al di fuori dei vincoli coniugali. Quali sono gli effetti di questa normativa? È soprattutto a questa domanda che la regista cerca di dare una non facile risposta, il cui contenuto si comprende anche nell’ottica di un ramificato confronto generazionale.

Durante un pranzo in famiglia, Sofia si allontana improvvisamente in cucina quando avverte violenti crampi allo stomaco. La giovane viene raggiunta da sua cugina Lena, una specializzanda in oncologia che capisce subito di essere di fronte ad un diniego di gravidanza. Le due ragazze si precipitano quindi in ospedale, dove Sofia darà alla luce una splendida bimba.

Messa di fronte al volere dei genitori, la nostra protagonista visita quindi il padre della neonata, Omar, un ragazzo di periferia con cui aveva avuto un breve flirt. I due dovranno ora convolare a nozze per evitare la reclusione prevista dal codice penale marocchino. Questo matrimonio li costringerà a mettere da parte le loro aspirazioni e i loro progetti futuri a favore di un non sentito “senso del dovere”.

L’odissea di questa Penelope contemporanea è piuttosto frequente nella nazione d’origine della regista, ma quello che si vede sullo schermo sembra frutto di una narrazione spontanea, seppur fedele alla realtà a cui fa riferimento. Lo sfondo questa volta però non è Itaca, ma una Casablanca ben lontana dal romanticismo dell’omonimo film di Michael Curtiz.

L’ingiusta condanna prevista dall’articolo citato dalla didascalia iniziale si abbatte innanzitutto sui più giovani, i cui ideali non sembrano però del tutto privi da lontane radici teocratiche o patriarcali.

La realtà irrompe in scena dai primissimi minuti del film, ma quello che lo spettatore forse ancora non si aspetta è che quello che vedrà è una serie di espedienti volti a svelare l’ipocrisia della società ritratta dalla regista.

La potenza di questa notevole opera prima non è certo passata inosservata: la sceneggiatura di Sofia è stata infatti premiata a Cannes 2018 nella sezione Un certain regard. Indubbiamente la giuria presieduta dall’attore messicano Benicio del Toro non è rimasta indifferente a questa scrittura apertamente influenzata dal cinema di Asghar Farhadi. Un segnale evidente di questo riferimento arriva verso la fine del film, quando un improvviso colpo di scena rovescia tutto quanto precedentemente visto. In Sofia c’è però più spazio per i silenzi claustrofobici che non per i dialoghi serratissimi che tanto hanno reso celebre il regista iraniano.

Oltre alla sceneggiatura, va detto però che anche alla regia andrebbe una nota di merito. La sola scelta del cast sarebbe un motivo più che sufficiente, ma c’è ben altro: la Aloïsi vanta un marchio riconoscibile, unico e facilmente esportabile. Qualsiasi scelta fatta dall’autrice sembra finalizzata ad un invito alla riflessione e nel complesso l’opera appare scevra da qualsiasi mero virtuosismo.

Con grande maestria la Aloïsi più che sulle situazioni si concentra sui tormenti interiori dei vari personaggi, tutti specchio dell’odierna società marocchina. Non si tratta affatto di una coincidenza, dunque, che l’unico familiare non autoctono, lo zio Jean-Luc, non venga mai mostrato sullo schermo, seppur sempre presente nelle parole dei personaggi in scena. Marito dell’ambiziosa zia Leila e padre di Lena, il parente francese rappresenta infatti la chiave del riscatto sociale a cui aspira l’intera famiglia. Un desiderio, quest’ultimo, che viene reso evidente nella scena in cui i genitori di Sofia appaiono più preoccupati per le umili origini del futuro genero che non per la gravidanza illegale della figlia.

L’aspetto più interessante dell’approccio della Aloïsi risiede però in un inquadramento mai univoco delle parti coinvolte: nessuno di questi personaggi appare coerente con la mentalità di cui si fa portatore, nemmeno la stessa Sofia. L’unica eccezione è Lena, probabilmente la vera e insospettabile protagonista del film. Lo sguardo di quest’ultima, sempre genuino e sorpreso di fronte ai comportamenti del parentame, sembra essere in effetti il più assimilabile ad una cultura di stampo occidentale. Il tormento su cui è imperniata tutta la seconda parte del film è in fondo quello di Lena. La sua non è però non una sofferenza nervosa e angosciata come quella vissuta da Shira, la protagonista di un’altra interessante opera prima girata da mano femminile, La sposa promessa, ma sembra piuttosto derivata dallo scontro con un mondo che non è capace di comprendere. Di fronte a quest’ultimo lo spettatore è messo in una posizione di impotenza che lo porta ad empatizzare con i vari personaggi senza tuttavia riuscire a condannare nessuno.

Pur appartenente ad un preciso filone cinematografico i cui prodotti troppo spesso passano in ambiente festivaliero, Sofia spicca sugli altri per via del suo occhio disincantato, lontano da clichés e privo di denuncia.

Claudio Rugiero

PRO CONTRO
  • Un’opera prima mossa da ottimi intenti, con una tematica scottante e delle valide argomentazioni.
  • I rapporti tra i personaggi sono divisi tra la condivisione degli stessi valori, la complicità, la gratitudine e la solidarietà. La narrazione diventa quindi più imprevedibile e lo sguardo sulla famiglia sembra tutt’altro che univoco.
  • Un cast interessante dove ciascuno sembra perfettamente a suo agio nel ruolo assegnato.
  •  Nessuno.

 

 

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