Venezia 83. Bunker, la recensione
Presentato in concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, Bunker segna il ritorno alla regia del drammaturgo francese Florian Zeller e riunisce per la nona volta sullo schermo una delle coppie più amate di Hollywood: quella formata da Penelope Cruz e Javier Bardem.
Il film entra nella vita di Sofia e Miguel, una coppia sposata da 17 anni trasferitasi da Madrid a Londra per favorire le ambizioni lavorative di lui. Miguel è un architetto di fama internazionale, mentre Sofia è una redattrice in una casa editrice. La loro quotidianità apparentemente perfetta viene sconvolta da due eventi: il progetto di un vicino (Stephen Graham) di costruire una finestra su un muro comunicante e la richiesta di un ricco magnate della Silicon Valley (Paul Dano) di costruire un bunker. Sofia e Miguel sembrano affiatati, quel genere di coppia capace di intendersi con un singolo sguardo. Sono entrambi attraenti e carismatici, con la sicurezza di una storia solida alle spalle e a proprio agio tra i membri dell’élite intellettuale. Tuttavia, sin dall’inizio si ha l’impressione che, per entrambi, qualcosa si agiti sotto la superficie.
Bunker è un film che sceglie di esplorare dinamiche, anziché mostrare avvenimenti. Questo è perfettamente coerente con la cifra stilistica di Zeller, che deve la sua fama a pellicole – The Father e The Son – che mostravano in maniera evidente la loro origine teatrale. Anche in questo terzo lungometraggio, il regista si affida alla forza trascinante dei suoi interpreti. Le due circostanze straordinarie della trama non sono che un pretesto narrativo per indagare il rapporto tra i due protagonisti, resi magistralmente sullo schermo da Cruz e Bardem. Il problema è che si tratta di inneschi piuttosto deboli per il conflitto che è fulcro del film. Conflitto che, quando arriva al culmine, sembra essere più che altro di una natura morale astratta, generica; manca la concretezza tipica della tensione tra due persone reali. Sofia e Miguel si sono amati profondamente e – il film ci dice senza troppo mostrarcelo – si amano ancora, ma non si riesce mai a capire a quale punto della loro storia abbiano smesso di vedersi per come erano.
Il momento più memorabile di Bunker è sicuramente quello del confronto tra i due protagonisti, con Cruz e Bardem finalmente faccia a faccia. Si tratta di un dialogo snervante quanto realistico, che non riesce mai ad essere risolutivo perché entrambe le parti sono talmente concentrate sulla propria frustrazione da diventare cieche a quella dell’altra. La chimica tra i due attori è un piacere per gli occhi, così vera, così corporea. Tuttavia, da sola non basta ad elevare il film; si limita al più a salvarlo.
Per quanto riguarda il resto del cast, c’è poco da dire se non che è stato impiegato meno di quanto avrebbe potuto (e forse dovuto). In particolare Stephen Graham viene relegato al ruolo stereotipato in cui lo abbiamo visto già troppe volte, quello dell’inglese provinciale di bassa estrazione sociale, dai modi rozzi e scontrosi. Un vero peccato, dato il talento e la versatilità di questo interprete. Anche Paul Dano e Patrick Schwarzenegger sono qui ridotti quasi a dei cameo.
Il film, nel complesso, risulta un po’ scolastico. Seppur non arrivi ad annoiare, non emoziona mai davvero. Un’idea di partenza molto interessante, che però si perde nell’esecuzione e accelera bruscamente nell’ultimo quarto d’ora. Il messaggio che la pellicola vuole mandare potrebbe anche essere stimolante, ma sul finale il regista sembra non fidarsi della capacità dello spettatore di coglierlo, ricorrendo così ad una spiegazione piuttosto didascalica.
Se si è in cerca di prove attoriali di alto livello, Bunker potrebbe meritare la visione. La percezione è comunque che si tratti di un’esperienza cinematografica dimenticabile.
Francesca Ranaldo
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