Gli Oscar e l’horror: un secolo di diffidenza, un anno di rivoluzione

Con 16 nomination per I Peccatori (record storico per un unico film) e presenze multiple di film di genere come Frankenstein (9 candidature), Weapons (1 candidatura per Amy Madigan) e The Ugly Stepsister (1 candidatura per trucco e parrucco), gli Oscar 2026 segnano un punto di svolta nel modo in cui l’Academy guarda ai film horror. In passato la conquista di una statuetta da parte di un film appartenente al genere era rarissima, confinata spesso alle categorie tecniche o riconosciuta solo per performance individuali. In questa evoluzione c’è la storia più ampia di come paura, inquietudine e narrazione estrema abbiano lottato per ottenere rispetto nel più prestigioso premio cinematografico del mondo.

Quando l’horror ha bussato alla porta degli Oscar

L’Academy Awards è storicamente legata alle grandi saghe drammatiche, alle biografie e al cinema “rispettabile”. I film horror, con la loro capacità di indagare paure sociali, psicologiche e collettive, sono stati per decenni guardati con sospetto: troppo popolari, troppo disturbanti, troppo legati all’intrattenimento per essere presi davvero sul serio.

Eppure, già prima de L’Esorcista (caso emblematico, ma ne parliamo tra poco), qualcosa aveva iniziato a muoversi. Nel 1945 Il ritratto di Dorian Gray ottenne una statuetta per la fotografia in bianco e nero. Nel 1956 Il Giglio Nero (The Bad Seed) portò all’Oscar le candidature delle sue interpreti: Nancy Kelly, Eileen Heckart, Patty McCormack. Nel 1960 Psycho di Alfred Hitchcock – oggi considerato una pietra miliare dell’horror moderno – ottenne quattro nomination, tra cui regia e attrice non protagonista per Janet Leigh, senza vincere nulla. Segnali deboli, quasi timidi, ma già indicativi del fatto che il genere stava iniziando a farsi notare.

Il vero terremoto arrivò però nel 1973 con L’Esorcista. Il film di William Friedkin ottenne 10 nomination, per la prima volta per un horror anche nella categoria del Miglior Film, un risultato ancora oggi impressionante per questo genere, e vinse due Oscar per Miglior sceneggiatura non originale e Miglior sonoro. Per la prima volta l’Academy era costretta ad ammettere che un film dell’orrore poteva essere non solo un fenomeno popolare, ma anche un’opera centrale nel panorama cinematografico.

Due anni dopo, nel 1975, Lo Squalo fece qualcosa di simile: quattro nomination, compresa quella per Miglior Film, e tre Oscar vinti (montaggio, sonoro e colonna sonora). Anche se non portò a casa la statuetta principale, consolidò l’idea che il cinema “di paura” poteva competere ai massimi livelli.

Il trionfo totale: Il silenzio degli innocenti

Il punto più alto di questa lenta conquista arrivò nel 1991 con Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme. Il film non solo vinse l’Oscar per il Miglior Film, ma fece piazza pulita delle categorie principali: regia, sceneggiatura non originale, attore protagonista (Anthony Hopkins) e attrice protagonista (Jodie Foster). È ancora oggi l’unico vero horror/thriller ad aver compiuto questo “grande slam”, diventando il simbolo di ciò che il genere potrebbe essere quando viene finalmente preso sul serio.

Nomination importanti (e spesso amare)

Dopo Demme, l’Academy ha continuato a flirtare con l’horror più che ad abbracciarlo davvero. The Sixth Sense (1999) di M. Night Shyamalan arrivò a sei nomination, comprese quelle per Miglior Film e Regia, ma uscì a mani vuote. Black Swan (2010), horror psicologico mascherato da dramma sulla danza, ottenne cinque candidature e vinse grazie a Natalie Portman solo la statuetta per la Migliore Attrice, dimostrando ancora una volta che l’orrore viene accettato più facilmente quando si traveste da “film serio”. Get Out – Scappa (2017) di Jordan Peele, con quattro nomination, riuscì a vincere almeno la Miglior Sceneggiatura Originale, diventando un punto di riferimento per l’horror sociale contemporaneo.

Più che vittorie sistemiche, sono state concessioni mirate. Come se l’Academy dicesse: “questo sì, ma non esageriamo”.

Performance memorabili e Oscar individuali

Se i film horror faticano a essere premiati come tali, gli attori ogni tanto riescono a sfondare il muro. Il caso più famoso resta Kathy Bates, che nel 1991 vinse l’Oscar come Miglior Attrice per Misery non deve morire, con una delle interpretazioni più disturbanti e iconiche della storia del genere.

Ma le candidature illustri sono molte di più. Carrie – Lo sguardo di Satana portò alla candidatura sia Sissy Spacek che Piper Laurie. The Sixth Sense valse le nomination a Toni Collette e Haley Joel Osment. Prima ancora, Psycho aveva portato Janet Leigh tra le candidate. L’Esorcista fece lo stesso con Ellen Burstyn, Linda Blair e Jason Miller. E andando avanti negli anni si può citare anche Sigourney Weaver per Aliens – Scontro finale. Nel caso di Aliens, ci furono ben 7 nominations e due vittorie (montaggio sonoro ed effetti speciali), andando a migliorare di molto la performance del primo film, Alien, che nel 1980 con due sole candidature vinse per gli effetti speciali.

Un cambiamento di paradigma?

In quasi un secolo di Oscar, i film horror o thriller candidati al Miglior Film si contano sulle dita di una mano: L’Esorcista, Lo Squalo, Il silenzio degli innocenti, The Sixth Sense, Black Swan, Get Out, The Substance… e ora I Peccatori. Una lista che dice molto più per ciò che manca che per ciò che c’è.

Eppure, l’edizione 2026 sembra segnare una frattura reale col passato. Con I Peccatori che domina le nomination e titoli come Frankenstein e Weapons che entrano nel discorso “alto”, l’Academy sembra finalmente riconoscere quello che il cinema di genere sostiene da sempre: l’horror non è un sottogenere, ma uno dei modi più potenti per raccontare il presente, le sue paure e le sue ossessioni.

Forse non è più solo il momento di accettare l’horror. Forse è finalmente il momento di prenderlo sul serio.

A cura di Roberto Giacomelli

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