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Scary Movie, la recensione del sesto film
Dopo tredici anni di assenza dal grande schermo, la saga di Scary Movie torna al cinema con un sesto capitolo che sceglie consapevolmente di rinunciare al numero nel titolo per presentarsi come un reboot. Una scelta tutt’altro che casuale, perché esattamente come Scream del 2022 che prende di mira più di ogni altro film, anche Scary Movie vuole essere contemporaneamente sequel, reboot e operazione nostalgia.
La serie creata dai fratelli Wayans arrivò in un momento perfetto. Il nuovo horror statunitense aveva trovato in Scream un modello vincente, e il cinema di genere del terzo millennio offriva una quantità inesauribile di bersagli da colpire. I primi due film, scritti e interpretati da Marlon e Shawn Wayans e diretti da Keenen Ivory Wayans, riuscivano nell’impresa di essere contemporaneamente parodie feroci e commedie autonome. Con il terzo capitolo, passato nelle mani di David Zucker, la saga raggiunse probabilmente il proprio apice creativo. Poi arrivò la lenta ma inesorabile discesa: il quarto episodio mostrava già segni di stanchezza, mentre Scary Movie 5 del 2013 rappresentò il punto più basso del franchise, tanto da rimanere per anni un esempio di sequel realizzato senza alcuna reale necessità.
Una battaglia dopo l’altra, la recensione
Il cinema di Paul Thomas Anderson ha sempre saputo muoversi in quello spazio di equilibrio sottilissimo tra il serio e il faceto, la riflessione autoriale e la digressione ironica, il lirismo e il grottesco. Non sorprende, dunque, che Anderson abbia trovato terreno fertile nelle opere di Thomas Pynchon, autore letterario che più di altri ha incarnato la complessità postmoderna, fatta di trame centrifughe, satira feroce e malinconia disillusa. Con Vizio di forma (2014) Anderson aveva già sperimentato la difficile operazione di trasporre sullo schermo l’universo pynchoniano, ma con risultati divisivi: da un lato l’aderenza filologica al testo, dall’altro una narrazione farraginosa che molti hanno trovato respingente. Con Una battaglia dopo l’altra, tratto dal romanzo Vineland (1990), il regista sceglie invece un approccio meno rigoroso, più libero, ma anche più riuscito: un film che riesce a mantenere intatta la satira di Pynchon e allo stesso tempo a renderla cinema popolare, coinvolgente e persino spettacolare.










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