Una battaglia dopo l’altra, la recensione

Il cinema di Paul Thomas Anderson ha sempre saputo muoversi in quello spazio di equilibrio sottilissimo tra il serio e il faceto, la riflessione autoriale e la digressione ironica, il lirismo e il grottesco. Non sorprende, dunque, che Anderson abbia trovato terreno fertile nelle opere di Thomas Pynchon, autore letterario che più di altri ha incarnato la complessità postmoderna, fatta di trame centrifughe, satira feroce e malinconia disillusa. Con Vizio di forma (2014) Anderson aveva già sperimentato la difficile operazione di trasporre sullo schermo l’universo pynchoniano, ma con risultati divisivi: da un lato l’aderenza filologica al testo, dall’altro una narrazione farraginosa che molti hanno trovato respingente. Con Una battaglia dopo l’altra, tratto dal romanzo Vineland (1990), il regista sceglie invece un approccio meno rigoroso, più libero, ma anche più riuscito: un film che riesce a mantenere intatta la satira di Pynchon e allo stesso tempo a renderla cinema popolare, coinvolgente e persino spettacolare.

La trama ci porta nella California contemporanea, dove seguiamo Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio), ex militante radicale che ha abbandonato da anni la lotta politica e vive insieme alla figlia adolescente Willa (Chase Infiniti), lasciatale dall’ex compagna Perfidia (Teyana Taylor), prima collaboratrice di giustizia e poi fuggitiva. La sua esistenza, fatta di piccole routine e di un fragile equilibrio familiare, viene sconvolta dal ritorno di un fantasma del passato: il colonnello suprematista Steven J. Lockjaw (un monumentale Sean Penn), vecchio avversario deciso a riorganizzare una milizia armata e a regolare i conti con i suoi ex nemici, con un obiettivo ben preciso. Quando Willa viene rapita dai “Pionieri del Natale”, gruppo massonico che muove i fili del colonnello Lockjaw, Bob è costretto a riunire alcuni compagni di un tempo e tornare a combattere, intraprendendo un viaggio che lo porta a confrontarsi non solo con la violenza del presente, ma anche con i fallimenti e le colpe della propria giovinezza.

Anche se utilizza spesso e volentieri il linguaggio della commedia, Una battaglia dopo l’altra è un film fortemente politico, come lo è Vineland, che affronta di petto il tema del fallimento delle rivoluzioni e della rappresentazione repressiva del potere. Anderson mette in scena il processo con cui le grandi spinte utopiche degli anni ’60 e ’70 degenerano nella violenza fine a se stessa, perdendo il loro senso originario e diventando un ingranaggio della stessa macchina che intendevano abbattere. Ma il film parla soprattutto dell’oggi, senza cadere mai nel didascalico. Le derive verso l’estrema destra, l’erosione dei diritti, la manipolazione del consenso sono tutte questioni che emergono con chiarezza, ma vengono filtrate attraverso il linguaggio della satira e senza mai cadere nella trappola di nominare direttamente personaggi o eventi attuali. È un cinema politico, sì, ma che lavora per metafora e analogia, evitando il predicozzo e puntando sulla potenza del racconto.

Tra i temi più interessanti affrontati dal film vi è anche quello della paternità e della genitorialità allargata. Anderson sembra volerci dire che la biologia non è necessariamente ciò che definisce un genitore (e un figlio): figure surrogate, amici e persino ex compagni di lotta diventano punti di riferimento educativi e affettivi, in un discorso che amplia la nozione stessa di famiglia.

Il cast di Una battaglia dopo l’altra è straordinario. Oltre alla giovane protagonista, interpretata dalla quasi esordiente Chase Infiniti, e a uno svagato ma irresistibile DiCaprio (la gag della parola d’ordine è realmente divertente), merita menzione particolare Sean Penn, in un ruolo intenso e stratificato che già si candida come una delle migliori performance dell’anno. Penn incarna un militare viscido, perverso e disincantato, un personaggio fortemente negativo ma magnetico che regala al film momenti di altissima intensità. Anderson lo dirige con precisione chirurgica, valorizzandone ogni sfumatura e costruendo un ritratto che difficilmente passerà inosservato nella prossima stagione dei premi.

Sul piano stilistico, Una battaglia dopo l’altra rappresenta anche una novità per il regista: per la prima volta Anderson si confronta con l’action puro. Lungi dall’essere un esercizio sterile, le sequenze d’azione sono costruite con straordinaria padronanza del ritmo e dello spazio, tra inseguimenti mozzafiato e scontri fisici che non sacrificano mai la complessità tematica. È un cinema d’azione che non rinuncia all’autorialità, e che anzi si fa veicolo di riflessione politica e sociale. In questo senso, l’opera richiama Boogie Nights: come lì Anderson aveva messo in scena la pornografia come grande metafora della società americana, qui si diverte a giocare con il cinema popolare senza tradire la sua cifra autoriale, restituendo un film sorprendentemente ludico, ma al contempo stratificato.

Con Una battaglia dopo l’altra, Paul Thomas Anderson firma uno dei suoi lavori migliori: un film che riesce a coniugare fedeltà e libertà, satira e spettacolo, riflessione politica e intrattenimento. È un manifesto della contemporaneità e, soprattutto, un esempio di come si debba affrontare una trasposizione letteraria: rispettandone lo spirito, ma trovando una via propria e profondamente cinematografica.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Un cast straordinario.
  • Azione spettacolare e satira pungente in un mix raro
  • Un brillante equilibrio nel trasporre un romanzo complesso come Vineland.
  • Dura quasi 3 ore, ma il tempo scorre senza problemi.
  • Il continuo oscillare tra serietà e commedia potrebbe non convincere gli spettatori in cerca di coerenza stilistica.
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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