Venezia 76. Wasp Network

Olivier Assayas torna in gara a Venezia con un film delicato: Wasp Network è il nome assunto dal sistema antiterroristico cubano sul finire della guerra fredda, giunto agli onori della cronaca nel 1998 all’arresto dei cosiddetti Cuban Five. Cinque agenti cubani (in realtà gli arresti furono una decina) operanti senza permesso su territorio statunitense. Eroi per qualcuno, terroristi per qualcun’altro. E per Assayas?

Il film non prende le mosse né da un eroe né da un terrorista, ma da un traditore. Il pilota René Gonzales (Édgar Ramírez) saluta moglie e figlia come tutte le mattine, sale sul suo aereo e vola in America. Non esattamente la mossa più apprezzata dal regime castrista. A motivare la sua fuga le ristrettezze dovute all’embargo statunitense. Olga Gonzales (Penélope Cruz) si troverà così a dover portare avanti la famiglia da sola, convivendo con lo stigma d’essere la moglie di un traditore.

Per la verità non vedremo le conseguenze di tale stigma, ne sentiremo solo parlare. È questa una delle tante, controverse peculiarità dell’ultimo film di Assayas. Il regista francese ci mostra ciò che vuole, quando e come vuole, con buona pace delle convenzioni.

Assai poco convenzionale è anche la gestione dei personaggi. La famiglia Gonzales è la più presente, ma per lunghe fette di pellicola è Juan Pablo Roque (Wagner Moura) a farla da padrone. Ex militare, disertore, gli dicono che sembra una star del cinema e lui finisce per crederselo. I suoi modi da duro e l’attaccamento al denaro lo renderanno una sorta di contraltare del dolce e integerrimo René, al punto che lo spettatore sarà portato a chiedersi: sarà lui il cattivo? No. A un certo punto tornerà a Cuba e non lo vedremo più. Allora perché dedicargli tutto questo tempo, se la sua linea narrativa non ha mai portato a nulla?

Ancora: dopo mezz’ora (o un’ora? Il tempo si dilata per lo spettatore) parte una scena che sembra rubata da un heist movie: sulle note di una canzone surf vengono presentati gli agenti del Wasp Network, con tanto di ralenti e nome su schermo. Peccato che, a parte tre di loro, gli altri praticamente non li vedremo mai più.

Come se non bastasse, il film è permeato da una sorta di piattume emotivo, come se la regia fosse scientemente anaffettiva. Anche nei momenti potenzialmente coinvolgenti lo spettatore è chiamato a restare indifferente. Una sorta di filtro scherma gli eventi.

E poi di punto in bianco appare Bill Clinton, appare Fidel Castro, vediamo ricostruzioni di interviste, come se d’un tratto il film avesse deciso di essere un documentario.

Insomma, bolliamo Wasp Network con un bel “4, riprovaci Olivier” e non pensiamoci più.

Oppure no. Pensiamoci.

Questo film rifiuta le più banali convenzioni narrative, ma non in nome di azzardati sperimentalismi. Semplicemente, sembra un pasticciaccio. “Peccato, perché la storia c’era” si sente dire all’uscita delle sale. Possibile che Assayas abbia prosaicamente toppato? Proviamo a dargli il beneficio del dubbio, vediamo che succede.

A un secondo sguardo, è chiaro che Wasp Network si comporta come un agente segreto sotto copertura. Depista, omette, confonde, centellina le informazioni. Impersona altri ruoli. Al pari di una spia sopprime le proprie emozioni.

Una limpida correlazione tra forma e contenuto.

Non sarà un film più esaltante, non strappa lacrime né risate (per quanto ci sia un pochino di entrambe), ma racconta con intelligenza una storia importante e perlopiù dimenticata.

Missione compiuta, Agente Assayas.

Alessio Arbustini

PRO CONTRO
  • La forma imita il contenuto.
  • La colonna sonora comprende un paio di brani dei Calexico.
  • Probabilmente vi annoierete.

 

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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Venezia 76. Wasp Network, 7.0 out of 10 based on 1 rating

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