Favolacce, la recensione

Una voce narrante, che ha il timbro grave e inconfondibilmente romano di Max Tortora, ci informa a inizio film che “Quanto segue è ispirato a una storia vera. La storia vera è ispirata a una storia falsa. La storia falsa non è molto ispirata”. Un ghirigori di parole che esplicano con un fare apparentemente enigmatico la matrice narrativa realistica ma non reale dell’opera seconda dei fratelli D’Innocenzo, Favolacce. Un film che potremmo facilmente identificare come “favola nera”, visto che il titolo stesso vorrebbe suggerirlo, ma con un ancoraggio nella realtà quotidiana molto forte, da cui ne carpisce le sfumature più inquietanti, subdole e cattive.

Con Favolacce Fabio e Damiano D’Innocenzo hanno fornito la loro personalissima variante horror del consueto dramma famigliare che vige irremovibile nella cinematografia nostrana, uno spaccato sulla vita di alcune famiglie romane di diversa estrazione sociale che fin dalle prime battute si tinge di nero. Ma non quel nero a cui ci ha abituato il cinema thriller o da cronaca, ma un nero onirico e grottesco che riesce a contaminare l’anima dello spettatore.

Favolacce non punta allo stomaco, evita quelle stilettate al fianco anche se in un paio di occasioni si concede allo shock visivo. Favolacce è subdolo, si innesta sottopelle, suggerisce una via per sorprendere poi prendendone un’altra, lasciando a fine visione lo spettatore attonito sulle note de La Passacaglia della Vita con un sapore di ruggine tra i denti.

Favolacce

I fratelli D’Innocenzo, che avevano esordito nel 2018 nel bel crime La terra dell’abbastanza, realizzano con Favolacce l’opera che molti altri autori potrebbero non raggiungere in un’intera carriera, un film incredibilmente maturo e con uno sguardo autoriale molto forte. Sicuramente non si tratta di un film facile, assolutamente non una visione adatta a tutti, ma bisognosa di capacità di decodifica per non apparire ostica, respingente. Favolacce si distacca immediatamente da qualsiasi appiglio, racconta le vite di comuni famiglie nel quartiere periferico di Roma, Spinaceto, avvolte nell’afa estiva. Figli e genitori, questi ultimi impegnati a celebrare la loro mediocrità, a bearsi dei voti in pagella dei figli e delle loro infantili riflessioni sull’attrazione sessuale che provano per la vicina di casa. Una mediocrità che si traduce in assoluto distacco dalla realtà che vivono, autoproclamandosi ottimi genitori ma non accorgendosi di cosa sta accadendo ai loro figli.

Favolacce

E proprio loro, i bambini, sono i protagonisti di Favolacce, figli che vivono la loro infanzia attraverso il filtro distorto dell’esempio paterno e materno, nel mito del nulla, seguendo dettami che sono tra i peggiori che possano pararsi dinnanzi ai loro occhi. Ed è in questo contesto grottesco, in questa periferia in cui il male si annida nei posti più impensabili, che l’educazione assume connotati inquietanti e distorti. I bambini giocano a fare i grandi (la scena a bordo piscina, in mezzo all’erba incolta, con i due preadolescenti che si preparano a fare sesso) e i grandi sono bambini capricciosi e stupidi. Un ribaltamento di prospettive che trova, nel suo mezzo, la storia di una ragazza-madre troppo cresciuta per essere considerata ragazza, ma troppo giovane per essere una madre.

Esistenze che si intrecciano, si incontrano, si scontrano in un formicaio tanto vuoto di significato quanto ricco di significante.

Favolacce

È difficile parlare di Favolacce in maniera concreta senza rivelare troppo. Ma il modo migliore di vivere il film dei fratelli D’Innocenzo è approcciarsi sapendo il meno possibile della storia, della trama, delle storie anzi. L’importante è sapere che non c’è una connotazione di genere, non si ha a che fare con una commedia, ma neanche con un film drammatico in senso stretto. È come trovarsi d’innanzi a un linguaggio personalissimo che mixa abilmente l’inquietudine del cinema di Ari Aster, con gli eccessi grotteschi e surreali di Yorgos Lanthimos, anche se, di fatto, quello dei fratelli D’Innocenzo può essere visto come un rifacimento meno cruento di Reazione a catena di Mario Bava.

Variegato e abbastanza schizofrenico anche il cast che affianca a un Elio Germano perfettamente immaturo e idiosincratico un manipolo di attori meno noti ma dalla grandissima espressività come Barbara Chicchiarelli (Suburra – La serie, Un’avventura), Gabriel Montesi (Il primo re, A Tor Bella Monaca non piove mai), Max Malatesta (Il primo re), Lino Musella (Gomorra – La serie, Ride). Non male anche il cast di giovani e giovanissimi, tra i quali si distinguono Justin Korovkin (già visto in The Nest – Il nido) e Ileana D’Ambra.

Favolacce

Colpiscono in positivo anche le musiche che si affidano a suoni distorti, a volte sgradevoli, e la fotografia di Paolo Carnera, calda caldissima, che trasmette il disagio climatico dell’estate.

Presentato in concorso alla 70^ edizione del Festival di Berlino, dove ha vinto l’Orso d’Argento per la sceneggiatura, Favolacce sarà distribuito in VOD sulle maggiori piattaforme dall’11 maggio. Una sorte data dall’emergenza sanitaria da covid-19, profondamente ingenerosa per un film di valore che sicuramente avrebbe beneficiato maggiormente, vista la sua natura estremamente autoriale, da un passaggio nelle sale.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Complesso, affascinante e ricco di spunti.
  • Regia molto ricercata.
  • Fotografia e musiche perfette.
  • Attori davvero bravi, soprattutto i meno noti.
  • È un film difficile e respingente. Assolutamente non adatto al pubblico abituato alle commedie che si producono in Italia. (in effetti anche questo è un “pro”…)
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Valutazione: +1 (da 1 voto)
Favolacce, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating

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